La guerra stolta

La missione di Libia è iniziata tardi e male, e sta andando peggio. Il cappello dell’Onu, volantino indispensabile per trovarsi dalla parte giusta della storia, quella delle piazze liberal e umanitarissime, diventa sempre più sgangherato, mentre tutti fanno finta di niente, perché ormai si è lì e in qualche modo si dovrà pure venirne fuori. Leggi gli articoli del Foglio sulla guerra in Libia
26 APR 11
Ultimo aggiornamento: 18:09 | 20 AGO 20
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Si è votato all’Onu perché i civili andavano protetti contro la furia di un dittatore pronto a tutto, pur di prendersi quel che non è mai riuscito a domare: l’est del suo paese. Si è votato anche se i militari erano riluttanti – e se i militari sono riluttanti a fare una guerra forse andrebbero ascoltati, no? – perché ormai tutti si erano convinti, anche quell’America di Obama inizialmente più propensa a lasciare ai libici la loro rivolta. Si è votato perché i francesi di Sarkozy avevano già i caccia con i motori accesi e avevano deciso di giocarsi in Libia tutte le carte della loro egemonia che si erano giocati male in Tunisia ed Egitto – e ora però Parigi non vuole gli immigrati che sono il frutto di questa guerra e minaccia di rivedere Schengen, come se l’emergenza l’avesse creata l’Italia, non una guerra voluta nella totale incoscienza rispetto alle sue conseguenze.
Ora si bombarda Tripoli, si va alla caccia di Gheddafi, lo si fa dall’alto perché a terra i soldati arrivano alla spicciolata, nell’indifferenza di tutti – parlarne significherebbe ammettere che questa guerra stolta si è fatta stoltissima. E’ diventato un “regime change” portato avanti con la forza, quello auspicato da Washington e da Parigi, sussurrato ma mai detto, perché presso l’opinione pubblica quelle sono parolacce bushiane orrende.
E si pretende ora che questo cambio di missione – altro che proteggere civili, altro che intervento umanitario, qui si vuole Gheddafi morto, altrimenti la guerra civile non finirà mai, Misurata diventerà la Fallujah libica – passi ancora come un’emanazione dell’autorizzazione dell’Onu, anche se a questo punto l’affare militare è tutto diverso, e quello politico lo è da un po’. E mentre si assiste a prese di posizione improvvisate, con il rischio del terreno che diventa sempre più alto, la domanda non può essere ignorata: è meglio una guerra progettata, con un obiettivo chiaro, non approvata dall’Onu o una missione fallimentare che sembra dell’Onu ma agisce al di fuori della sua autorizzazione?